Dario Ujetto di CAVALIERI Retailing, mio contatto prima su Neurona e ora su XING, mi ha invitato a commentare “Le Dieci tesi sul Retail” che CAVALIERI ha pubblicato recentemente.

Queste Dieci Tesi non rappresentano nulla di nuovo di per sé, ma sono una summa molto ben espressa di quanto da tempo circola in rete sull’azienda consumer oriented. E CAVALIERI Retailing è una delle maggiori aziende italiane di consulenze per la vendita al dettaglio. Sono certo che, se accolte, le Dieci Tesi possono rappresentare un punto di svolta per la grande distribuzione organizzata italiana.
Ma perché possano essere tali devono essere realmente e completamente recepite da tutti, produttori, promoter, GDO e, soprattutto da noi, addetti ai lavori si, ma soprattutto consumatori.
Ma prima di addentrarci nel dettaglio, vi invito a consultare su Wikipedia la definizione (in inglese, la più completa) di Retailing.
Ecco a voi le Dieci Tesi, ed ecco i miei commenti, devo comunque precisare che nelle risposte faccio riferimento alla mia percezione della situazione attuale, non alla teoria, che è ottima.
Le Dieci tesi sul Retail

Net reputation customer care: le aziende retail hanno una grande opportunità davanti a loro: la rete.
Per monitorare la propria immagine e la propria reputazione non bastano più le indagini cliente e i servizi post-vendita.
E’ necessario dedicare tempo per leggere cosa dicono i clienti attraverso i blog, i social network e i siti di informazione.
Concordo solo parzialmente. La rete, i blog e i power user sono ancora un pubblico troppo limitato (almeno in Italia) per avere un peso reale, a meno di non considerarli i “pionieri” di un trend di sviluppo ancora troppo lento. Inoltre, come ho purtroppo evidenziato nei miei ultimi post, sono ancora troppo poche le aziende che nel loro CRM prevedono un customer care con mentalità preemptive problem solving.
Sono fortemente convinto che solo il mercato possa obbligare i le aziende ad attuare certe misure, e il mercato non dimostra ancora un peso tale da giustificare il cambiamento. Ma il futuro promette bene.

Il consumatore: la comunicazione in rete e le nuove tecnologie della comunicazione stanno “educando” una nuova generazione di consumatori, non più acquirenti passivi ma acquirenti informati e desiderosi di “dialogare” a pari livello con l’azienda.
Il sito corporate non è più sufficiente per rendere attraente e pubblicizzare lo spazio vendita; blog e podcasting saranno i mezzi del futuro per attrarre persone negli store.
Per citare uno dei miei preferiti, David Ogilvy, “Il consumatore non è un cretino, è tua moglie!“. Ma ormai considero questa citazione poco più di una battuta. I fatti dimostrano che ignoranza e pigrizia mentale permettono di vendere prodotti assolutamente inutili e spesso addirittura dannosi a consumatori ingordi di novità.
E quanti sono i power user su Internet? Vi invito a consultare la sezione “Dati sull’intenet in Italia” del sito di Giancarlo Livraghi I dati sono davvero scoraggianti.

Una sola parola: un brand, Kelkoo.

La multicanalità: trend già ben consolidato nelle strategie di molte catene retail, la multicanalità sarà una delle chiavi per poter sopravvivere sul mercato. Il cliente vuole un retail brand accessibile sulla rete, nei parchi commerciali, nei centri città e in prossimità della propria abitazione.
Essere sempre vicino al cliente è fonte di business! Da studiare con attenzione, inoltre, i nuovi luoghi di retail come gli aeroporti e le strutture sportive.
Questo è un vecchio assioma dell’advertising più tradizionale: la copertura. Più è visibile il brand, più vende. Ma solo quando i risultati ne giustificano il costo.

Retail entertainment: in un futuro prossimo venturo il negozio che non stimolerà il cliente sarà un negozio vuoto.
Il cliente vuole essere stupito dall’azienda e non solo dal punto di approccio del prodotto; oggi lo shopping è anche, e soprattutto, divertimento singolo e collettivo. Le aziende di successo faranno “ridere” il cliente e si trasformeranno anche in produttori di contenuti di intrattenimento gratuiti (per sfruttare l’economia del dono).
Certamente, anche se solo i patiti dello shopping vanno ad assistere appositamente ad un evento “in-store”. Ma se i clienti sono già presenti nel punto vendita, allora il merchandising insegna che l’evento può trasformasi in una PPV di tutto rispetto.

Retail shopping experience: l’esperienza di acquisto può essere veloce, approfondita, personalizzata o spersonalizzata.
Oggi, e sempre più nel futuro, vinceranno le aziende in grado di dare al cliente l’esperienza d’acquisto in linea con le esigenze del momento e replicabile nello spazio e nel tempo.
L’esperienza d’acquisto è il biglietto da visita del retail brand.
Mi lamento spesso della mancanza di cortesia e della scarsa attenzione che gli addetti delle grandi catene di vendita prestano ai clienti. Non è il primo problema da affrontare?.

Coprire le nicchie: la teoria sulla strategia aziendale ha prodotto negli ultimi anni due intuizioni semplici e per questo geniali: Oceano blu (“crea mercati liberi da concorrenti”) e la Long tail (di Chris Anderson).
La long tail (lunga coda) deve essere percorsa da un’azienda che vuole conquistare quote di mercato e difenderle nel tempo; non si deve aver paura di vendere prodotti oggi di nicchia e per pochi, ma in grado di essere, domani, il trend del momento.
Di nuovo, sicuramente. Molto spesso i mercati di nicchia si trasformano in trend di consumo. La sociologia dei consumi ne ha sviluppato delle solide dimostrazioni con il ciclo di vita del prodotto e il ciclo di vita del consumatore. Ma “non tutte le ciambelle escono col buco!”.

Low cost experience: un’intera generazione di consumatori si è formata sotto le strategie di aziende che hanno fatto del low cost
il loro grido di battaglia: Ryanair, Easyjet, H&M, Wal-Mart, Lidl…
Le aziende che in futuro vorranno percorrere questa strada andranno incontro al successo solo se sapranno permeare l’intera azienda di una filosofia maniacalmente attenta ai costi; per quanto riguarda i clienti ormai la low cost philosophy è trasversale a tutte le categorie sociali.
Il low cost è un metodo retail affermato, ma non solo. Anche qui riesce meglio il mix di prodotto (o di brand) che meglio si adatta alle caratteristiche dell’offerta e alle richieste del consumatore. Senza scordare l’attenzione alla persone.

Value for money experience: nel futuro sarà sempre più determinante la percezione dei clienti di frequentare un negozio “vicino alle proprie esigenze di spesa”. Non un negozio low cost
ma uno spazio dove poter trovare “l’occasione” e un buon range di prezzo per una scelta più serena. Il cliente vorrà sentirsi “viziato” e “coccolato” con l’angolo del risparmio, continuando ad interagire con un negozio in grado di dare un servizio all’altezza delle sue esigenze.
“Viziato” e “coccolato”, ma non solo dal prodotto. Soprattutto dai venditori. Oppure ridatemi il negozietto sotto casa e il buon vecchio Sig. Mario, che ai tempi mi faceva credito e mi consegnava la spesa a domicilio.

Social sustainability: la maggior attenzione dei consumatori verso le filiere produttive “responsabili” spingeranno sempre più i retailer a ricercare fornitori che rispettino i diritti sindacali, regole produttive etiche in rispetto ai diritti dell’infanzia e delle donne.
Sempre più numerose sono le /strong>campagne stampa contro le aziende che mettono in commercio prodotti provenienti da Stati “poco virtuosi” e da fabbriche poco sicure.
Vero molto parzialmente. Il consumerismo è un concetto degli anni 60 che ha sempre stentato ad affermarsi, in parte per la resistenza dei produttori, ma soprattutto perché non esistono realmente movimenti di massa tali da costringerli ad applicarlo. Ma sembra che, poco a poco, il trend si stia sviluppando, e non solo a parole. E non è facile fare le pulci ai produttori, mente per loro è molto più facile affermare di essere ligi alle richieste del pubblico.

Green sustainability: il Premio Nobel ad Al Gore, le proposte “verdi John McCain, la probabile elezione a Primo Ministro del leader conservatore “verde” David Cameron dimostrano che il rispetto per l’ambiente è ormai un’esigenza che ha travalicato le convinzioni politiche.
Oggi quasi tutti i retailer si “definiscono” verdi , ma solo pochi hanno implementato soluzioni per limitare sprechi ed inquinamento; chi lo farà nel futuro entrerà nel “cuore” del consumatore.
Come al punto precedente, e forse perché la cosa viene percepita come una necessità più concreta ed immediata, la richiesta di rispetto per l’ambiente (e l’evoluzione delle leggi) ha già costretto molti produttori ad adeguarsi. Ma come atteggiamento, è ancora un neonato.
Per concludere, ringrazio CAVALIERI Retailing per avere messo a disposizione “Le Dieci tesi sul Retail“, che per loro sono decisamente autopromozionali, ma comunque utili a tutti noi, e Dario Ujetto per avermi dato l’occasione di discuterne.