
Modelli per la comunicazione
“Comunicazione: (dal lat. cum = con, e munire = legare, costruire e dal lat. communico = mettere in comune, far partecipe). In italiano, comunicazione ha il significato semantico di “far conoscere”, “render noto”. In tedesco, il termine Mitteilung mantiene il significato latino di “mettere in comune”, condividere. La comunicazione è un processo costituito da un soggetto che ha intenzione di far sì che il ricevente pensi o faccia qualcosa” (Grice, 1975).

La trasmissione di informazioni
Nello schema, il quadrato a sinistra sta per l’emittente, quello a destra per il ricevente.
Comunicare è soltanto un processo di trasmissione di informazioni? In principio fu così. Il primo modello di comunicazione fu elaborato da un matematico e ingegnere statunitense Claude Shannon, il quale nel suo saggio “Una teoria matematica della comunicazione” (1956), considera la comunicazione come:
“La trasmissione di un’informazione attraverso un messaggio inviato da un emittente a un ricevente.“
Per molti anni la teoria della comunicazione è stata legata al presupposto che nel trasferimento, un messaggio rimanga immutabile come un pacco o un oggetto solido nel passare da una persona a un’altra. La teoria della comunicazione si svilupperà fino a comprendere i suoi aspetti più attuali, tra cui l’ipotesi che l’informazione non passi in maniera semplice tra due soggetti ma si limiti a confermare e rafforzare strutture informative già esistenti.
L’originalità dell’approccio di Shannon consiste nell’avere introdotto una misura dell’informazione, definendone la quantità dalla sorgente al destinatario, e non solo! Shannon studia il rapporto tra informazione e rumore, che chiama incertezza ,ovvero entropia, grazie ad una teoria matematica basata sul calcolo delle probabilità applicata a sistemi complessi. L’entropia misura la quantità di incertezza o di informazione presente in un segnale aleatorio e oggi verrebbe fatto di parlare di entropia nella misurazione dell’incertezza presente nella comunicazione. Oppure vi sembra peregrina l’idea? A me no, visto che lo stesso Shannon ha affermato:
“La mia più grande preoccupazione era come chiamarla. Pensavo di chiamarla informazione, ma la parola era fin troppo usata, così decisi di chiamarla incertezza. Quando discussi della cosa con John Von Neumann, lui ebbe un’idea migliore. Mi disse che avrei dovuto chiamarla entropia, per due motivi: “Innanzitutto, la tua funzione d’incertezza è già nota nella meccanica statistica con quel nome. In secondo luogo, e più significativamente, nessuno sa cosa sia con certezza l’entropia, così in una discussione sarai sempre in vantaggio“
Naturalmente accolgo la vostra perspicace osservazione: ebbene si, Shannon era conscio dei limiti d’applicabilità del modello sopra raffigurato. In particolare, il modello consente di studiare il problema tecnico della comunicazione (il problema della precisione con cui si possono trasmettere i simboli della comunicazione), ma non il problema semantico e quello dell’efficacia.

Come fare le cose con le parole
E allora affondiamo le braccia nel merito della comunicazione: ovvero “Come fare le cose con le parole“, avrebbe sintetizzato John Langshaw Austin che col suo enunciato performativo sosteneva che comunicare è agire!
Comunicando noi facciamo qualcosa: scherziamo, consoliamo, minacciamo, informiamo.

Cominciamo con un segno!
Secondo la tradizione filosofica medievale il segno era definito con la formula aliquid stat pro aliquo : il segno, cioè, rimanda a qualcos’altro (e da qui ci perderemmo ritrovando la scienza che i segni li studia, la semiotica. È a questo punto che naturalmente viene fatto di pensare alla comunicazione come a un qualcosa che ha in sè la relazione, lo scambio di segni. E tale relazione è di prossimità tra il segno e il significante (il qualcos’altro) ed allora il segno è un indice.
Oppure la relazione tra segno e significante si basa su una somiglianza effettiva tra l’aliquid e l’aliquo, o su una convenzione. In questo caso il segno diventa icona
Il segno è dunque al centro di un triplice rapporto: il segno è in relazione da una parte con le cose e da un’altra col mittente, cioè con chi lo produce; infine con il destinatario che lo interpreta (modello di Bühler).

E se non riuscissimo a comunicare?
Quante volte sarà capitato anche a voi di avere ben chiaro in mente un concetto da esprimere ma di non trovare le parole (segni)? La nostra esperienza ci attesta che fra pensiero e linguaggio non vi è un rapporto assoluto, piuttosto esiste nel nostro comportamento linguistico uno stretto legame tra la libertà del comunicatore rispetto al sistema linguistico e la creatività linguistica. E il cerchio è quadrato!

Cosa è comunicare?
È un evento. Cioè è un qualcosa che accade e che ci tocca più o meno direttamente: e noi produciamo un evento siffatto intenzionalmente: vogliamo trasmettere agli atri un messaggio portatore di senso, performante. Tale evento è, dunque, uno scambio di segni che produce un senso, atteso che il messaggio possa anche avere un “senso” proprio. E dunque comunicare è agire, come si diceva sopra. E quali sono le caratteristiche di un’azione? Un’azione è un tipo di evento che a partire da un mittente raggiunge il destinatario e mette in moto una catena casuale. Bateson asseriva che una delle aree di studio della comunicazione fosse la pragmatica, che si basa su due concetti molto semplici:
Affinché un evento comunicativo abbia luogo favorendo quelle catene casuali e la loro integrazione dal destinatario a quello successivo e da questo ad un altro e così via, occorre che ci sia un minimo di terreno condiviso. Quel common ground che Clarke (1996) descrisse tra mittente e destinatario. Ciascuno dei due infatti ha un proprio mondo, costruito da eventi reali, virtuali (Second Life a parte o compresa), con le proprie conoscenze, i propri valori e pregiudizi. Ci deve essere un’intersezione tra i due mondi, altrimenti non c’è informazione condivisa e la comunicazione fallisce. Se quest’ultima va a buon fine, al termine l’ambito condiviso sarà cresciuto rispetto a quello che esisteva all’inizio: lo scarto tra il mondo pre-comunicazione e quello post-comunicazione rappresenta il senso dell’atto comunicativo! Qual è il prodotto? Un habit change, sempre!

Titti Cimmino
“Sono una matematica napoletana (con un po’ di sangue brasiliano nelle vene), per passione prima che per formazione, prestata alla ComunicAzione.
L’intelligenza sociale è al centro delle mie attività che sono i miei interessi e viceversa: formazione in aula e a distanza grazie ad una vasta esperienza didattica orientata ai giovani e agli adulti e ad un Master in Progettazione e Gestione di Formazione in Rete.
Sono un miscuglio di certissimi dubbi e quindi l’attrattore di Lorentz e i sistemi complessi sono linfa per il mio cervello che sa anche fare salti quantici.
Anche lo spirito reclama il suo cibo quotidiano e per questo divoro quintali di libri, viaggio per terra e per aria, in senso metaforico e anche no. Se sono a terra cedo all’avventura nelle stanze di un museo: l’arte del XX secolo particolarmente è calamita per i miei occhi grandi.
Alcune statistiche parlano delle mie elaborazioni di dati presso l’ateneo Federiciano. Risolvo problemi, ne trovo tantissimi e ne pongo ancora di più.
Lascio on line e off fiumi di segni, parole che ho imparato a firmare digitalmente nel senso che ho realizzato la firma digitale tra un corso e l’altro per una Software House.
La mia vita è creatività e sete di conoscenza da condividere senza soluzione di continuità: basta farci un giro su. Il nastro di Möbius ecco com’è.
Dimenticavo , la mia firma:





















